martedì 7 giugno 2011

WE CAN DO IT!

1 febbraio 1945, giornata storica: in Italia viene introdotto il suffragio universale maschile e femminile. Una battaglia finalmente vinta dalle organizzazioni femminili nate durante la Resistenza. Bisognerebbe dire grazie a tutte queste donne, che sono riuscite a rendersi indipendenti e si sono esposte alla luce del sole (politica e non). Nonostante questo passo in avanti, le donne non sono ancora riuscite ad entrare pienamente nelle istituzioni politiche. La partecipazione femminile, in Italia e non solo, è molto bassa, anche se ci son alcuni Stati dell’Unione Europea che riescono a distinguersi e le donne partecipano in maniera consistente alle attività politiche. Non si tratta di rivendicare diritti negati ma piuttosto di sensibilizzare l’opinione pubblica. Si è abituati a pensare alla politica come un luogo meramente maschile dove a confrontarsi vi debba essere solo il maschio con grandi capacità intellettuali. Ma il problema non è solo questo. Vi sono anche delle questioni riconducibili al sistema politico stesso. Il portale ITALIADONNA parla del problema del sistema elettorale di tipo maggioritario che tende non solo ad escludere i gruppi minori, anziani e giovani in primis, ma anche le donne. Di conseguenza vi è la difficoltà a creare un gruppo, un movimento politico al femminile, che sia punto di riferimento per le elettrici e per le elette. C’è da aggiungere che un impegno politico porta la donna a dover stare fuori casa e questo non è possibile visto gli impegni “casalinghi” a cui si vedono costrette a rispondere. E non importa se le donne, in Italia, sono il 52 % degli elettori poiché vengono rappresentate nelle istituzioni politiche solo in minima percentuale: 10,8. C’è da dire che la scarsa partecipazione attiva delle donne è data anche dal poco interesse alla politica: sempre meglio guardare Maria de Filippi che un qualsiasi programma culturalmente avanzato, che riscuote successo solo tra gli uomini. Nonostante tutto l’Ue ha tentato di smuovere la situazione, invitando i Paesi membri ad attivarsi concretamente per rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di partecipare alla vita politica. Un esempio diametralmente opposto all’Italia è rappresentato dalla Svezia (ma quando impareremo da loro?) in cui la partecipazione femminile è pari a quella maschile.
Ciò a dovuto a due aspetti distinti:
1) nessuna resistenza ideologica, religiosa, storica e sociale alla partecipazione femminile alla politica;
2) le donne sono molto interessate alla politica sia in ambito politico che culturale e sociale.

Sarebbe necessario per l’Italia trarre spunto da questo Paese, non solo per quanto riguarda la partecipazione femminile. Ma questo sarebbe tutt’altro discorso che ora non è possibile approfondire. Forse dovremo iniziare ad aprire la nostra mente chiusa, che si limita a relegare la donna in quegli ambienti che da sempre sono stati affidati a loro. A volte sarebbe utile poter invertire i ruoli e portare le donne a ricoprire quelle cariche definite puramente maschili, con una donna ministro dell’economia ed un uomo ministro alle politiche sociali e all’istruzione. Ma questo rimarrà un sogno destinato a non esaudirsi mai. Almeno fin quando l’Italia non comincerà a capire che si ha bisogno di rinnovamento. Ma il rinnovamento comincia proprio dalle donne, da quelle donne che hanno combattuto vere battaglie e le hanno vinte. Forse un piccolo spiraglio di luce in questo buio totale, o quasi, c’è. Alle ultime elezioni amministrative, Ravenna ha dato un forte segnale. Sono appena state nominate due “assessore”, per dirlo in gergo politichese. 22 anni la prima e 25 la seconda. Qualcuno le ha definite “scelte coraggiose”, qualcun altro parla di “totale inesperienza” delle due giovani, forse deluso dal non aver ottenuto l’ambita poltrona. Sarebbe forse il caso di lasciar lavorare le giovani e non di affrettarsi, come sempre, nei giudizi. Fossero stati uomini i nuovi giovani assessori nessuno si sarebbe lamentato, anzi, sarebbero stati i benvenuti. Non è cosa gradita vedere una giovane che si afferma politicamente, anche perché si è abituati a pensare che le donne per poter diventare qualcuno politicamente debbano essere belle, senza cervello e con ben altre esperienze curriculari. Che dire, attenderemo novità da Ravenna e se magari nel frattempo qualche altro comune italiano gradisce prendere spunto non si tiri indietro, anzi.

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