domenica 5 giugno 2011

Guerre Dimenticate


"A partire dagli anni '90, 57 guerre sono state combattute sul suolo di 45 paesi. Allargando il quadro al periodo 1945-1999, secondo il programma di ricerca statunitense Correlates of War si registrano 25 guerre interstatali, che hanno prodotto circa 3,3 milioni di morti in combattimento; nello stesso periodo sono deflagrate ben 127 guerre civili, che hanno lasciato sul terreno 16,2 milioni di morti. Al di là comunque delle definizioni degli esperti, questi dati mostrano in modo inequivocabile che le guerre intrastatali (con o senza forme di intervento esterno) sono diventate la principale forma di violenza organizzata negli scenari globali." 

Ci sono conflitti che meritano l'attenzione dei media più di altri. Esistono guerre di serie A e serie B, dove l'unica differenza è l'informazione che viene data a ognuno di noi per farsi un idea di quello che accade. Sono certo, perchè anche io sono molto impreparato sull'argomento, che pochi di voi sanno che accade in Congo, oppure sa qualcosa di approfondito sul genocidio in Armenia.
Tv, radio, stampa, Internet, Istituzioni (europee e italiane), la stessa popolazione in generale dà poca attenzione, talvolta semplifica o banalizza situazioni drammatiche. Anche la Chiesa cattolica, sebbene cerchi di mettersi in gioco in prima linea (634 martiri degli ultimi 12 anni) non raggiunge in modo significativo l’obiettivo di informare i cattolici sui disastri causati dalle guerre. Un campione rappresentativo della popolazione italiana è stato infatti raggiunto all’inizio di dicembre 2001, attraverso un sondaggio demoscopico. Che la guerra evochi nell'immaginario collettivo un’idea di morte e devastazione lo riconosce il 78% degli intervistati. E tuttavia il 25% degli stessi non è in grado di citare alcun paese coinvolto in guerre.
Un’indagine condotta da Caritas Italiana, Famiglia Cristiana e Il Regno, volta a mettere in luce non solo il grado ma anche le cause di una scarsa considerazione da parte di media e opinione pubblica nei confronti di taluni conflitti armati, individua alcune variabili strategiche che potrebbero fungere da ipotesi esplicative per comprendere perchè alcune guerre vengono dimenticati e altre no:
A) Posizione geografica del paese sotto stato di guerra: tanto più lontano dall’Italia è il paese in questione, quanto meno interesse suscita nell’opinione pubblica nostrana;

B) Severità del conflitto, in termini di numero di vittime e feriti, armi utilizzate, violazione dei diritti umani ecc. Più il conflitto è brutale maggior scalpore suscita. Indubbiamente la violenza possiede già di per sé un gran potenziale mediatico. A tal proposito, la stessa Caritas ricorda in realtà come il legame tra violenza del conflitto e audience dello stesso, non sia così automatico; per esempio la drammatica situazione della Repubblica Democratica del Congo ove il numero di morti ha superato i 3 milioni, a cui va aggiunto un numero elevatissimo di sfollati, senza riparo e copertura nei media;

C) Durata del conflitto: più un conflitto si protrae nel tempo, più è facile che esso venga marginalizzato dai media. Un evento rapido e imprevedibile fa sicuramente maggior presa sulle coscienze rispetto ad uno duraturo e tendenzialmente costante nel succedersi degli avvenimenti. Ad esempio la pluridecennale guerra in Myanmar ha trovato ampio spazio sui media solamente in concomitanza con la cruenta repressione della protesta de monaci buddhisti da parte dell’esercito;
D) Rapporti storico-culturali tra il paese in conflitto e l’Italia. La presenza di immigrati italiani, operatori di pace, soldati in missione, legami politico-culturali aumenta il grado di attenzione da parte dell’opinione pubblica. Da una ricerca condotta da Medici Senza Frontiere, nel corso del 2007 il numero di notizie riportate dai mezzi d’informazione italiani relativamente alla Somalia (ex colonia italiana), ha subìto un’impennata in concomitanza con le dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, presente al Vertice dell’Unione Africana
E) Rapporti economici tra il paese in questione e l’Italia: la presenza di investimenti commerciali e finanziari italiani in loco aumenta l’interesse dei media a parlare del paese;
F) Presenza di forze militari internazionali sul territorio. Una decisione di intervento da parte di attori quali Onu, Nato o Commissione Europea aumenta l’interesse dell’opinione pubblica, tanto più in caso di intervento diretto delle truppe italiane. Se la guerra in corso non è considerata un affare di politica internazionale, difficilmente le istituzioni propenderanno per una soluzione interventista e il conflitto non godrà del sufficiente livello d’attenzione;
G) Quanto più un evento è personalizzabile tanto più sarà notizia. Si consideri, a riguardo, la vicenda di Ingrid Betancourt, la cui figura catalizza quasi per intero i riferimenti dei media alla guerriglia colombiana; o si pensi alla crisi quotidiana dello Sri Lanka, che da oltre 25 anni mette in ginocchio la popolazione ma che ha trovato spazio nei rotocalchi informativi in coincidenza con il ferimento dell’ambasciatore italiano Pio Mariani.
Infine vi posto anche uno studio fatto da medici senza frontiere:


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